RICORDANDO CHICO MENDES
Marina Silva, ex ministro dell’Ambiente in Brasile è stata intervistata da Stefano Rodi per il Corriere della sera, ecco come traccia il quadro della situazione politica del suo paese:
Marina Silva è nata nel 1958 a Seringal Bagaso, una sperduta piantagione di caucciù nello stato amazzonico dell’Acre. A 17 anni non sapeva ancora leggere e scrivere. Quando ha deciso di lasciare la sua casa per andare a studiare a Rio Branco, la capitale della regione, il nonno paterno aveva liquidato la decisione con poche parole: «Tra un anno tornerà a casa incinta». La storia è andata diversamente: si è laureata in storia e, a 36 anni, è diventata la più giovane senatrice della storia della repubblica brasiliana, con la percentuale di voti più alta mai raggiunta nel Paese. Il presidente Lula, nel 2003, l’ha nominata ministro dell’Ambiente, carica che lei ha lasciato lo scorso maggio. Come una protagonista di un romanzo di Amado è cresciuta con altri 11 fratelli nelle foresta, al confine con il Perù, in una famiglia di seringueros, i raccoglitori di lattice dalle piante. Poi, dopo aver conosciuto Chico Mendes, che frequentava con lei i corsi dei teologi della liberazione, e successivamente Lula, è diventata una leader sindacale nelle lotte in difesa dell’Amazzonia, fino ad occupare l’ufficio di ministro in uno dei palazzi disegnati da Oscar Niemeyer, a Brasilia. Dopo cinque anni di governo, le sue dimissioni hanno causato una scossa nel governo, nel Paese e in tutto il mondo ambientalista. In un pezzo del New York Times, il giorno dopo l’annuncio, Greenpeace definiva questa decisione «un disastro».
Durante l’incontro che abbiamo avuto con la senadora in un torrido ufficio di Rio Branco, si è presentata alle sette e mezza di sera, al termine di un dibattito durato un’ora più del previsto, dicendo che avrebbe fatto una breve introduzione per spiegare cosa aveva fatto al governo e perché aveva deciso di lasciarlo. Dopo 15 minuti di monologo senza pausa, ha fatto un sorriso e si è interrotta di colpo: «Basta, parlo "così poco" per quattro ragioni: sono una donna, sono una madre, sono una professoressa e sono un politico». «Il mio lavoro è iniziato da molto tempo, da quando Chico Mendes era ancora vivo - ha spiegato -. La sfida è quella di combinare sviluppo e preservazione di questa zona, che è vitale non solo per il Brasile. È un obiettivo possibile ma bisogna sapere che i risultati non vengono subito. Tutti i processi importanti sono graduali. Dal 2004 al 2006 la deforestazione è diminuita del 59%. Nei precedenti 60 anni sono state create riserve protette in soli tre milioni di ettari, in tre anni noi ne abbiamo realizzate in un’area di 24 milioni di ettari. Durante il governo Lula sono state chiuse più di mille aziende illegali che operavano nella foresta, sono stati eseguiti 740 arresti. Ma questi sono solo piccoli passi, e non bastano. Nel 2006 la deforestazione ha ripreso a crescere. Io negli ultimi mesi ho sentito pressioni che rallentavano l’attività, sia interne al governo che esterne. Sono entrata nel governo di Lula per dare più forza ai progetti di difesa e sviluppo dell’Amazzonia, e sono uscita per lo stesso motivo. La gente lo ha capito».
Può spiegare meglio il tipo di pressioni alla quali fa riferimento?
«Faccio un esempio: nella maggioranza c’è chi vuole rimettere in discussione la legge sulle riserve che fissa il tetto di foresta non disboscabile all’80%. O ancora, c’è chi vuole permettere la piantagione di specie esotiche. Da fuori poi crescono le sfide al piano del 2003, che prevede aree protette in zone strategiche dell’Amazzonia, volte a impedire infrastrutture non sostenibili dalla natura».
Come crede di rafforzare la sua battaglia da senatrice?
«Sono nel Congresso e combatto punto per punto, senza alcun condizionamento. La mia resta un’attività di vigilanza e di stimolo sull’attività del governo».
Lei è nata nella foresta e conosce queste regioni da sempre. Se pensa alla sua infanzia e alla sua adolescenza che cosa vede di diverso rispetto ad ora?
«Le cose sono cambiate moltissimo. Quando io ero bambina i raccoglitori di lattice vivevano in condizioni di semischiavitù, e l’attività politica era legata a pochissime persone. Ma la differenza più grande è legata alla coscienza di chi vive nella foresta. Allora ci vergognavamo di dire chi eravamo, era come riconoscere una condizione di sottosviluppo. Ora è diverso, la gente è cosciente del proprio valore, e questo è un grande cambiamento. Il fatto che io sia diventata senatrice è il segno di una svolta sociale e culturale. Ora c’è un impegno collettivo. Siamo consapevoli di vivere in una terra che ha grandi ricchezze, economiche e culturali. In Amazzonia, per fare un esempio, si parlano ancora 200 lingue diverse, e questo ha un valore che non si deve dimenticare».
Dopo le dimissioni come sono i suoi rapporti con il presidente Lula?
«Ci conosciamo da 30 anni e abbiamo diviso molte lotte comuni. Sono orgogliosa della sua nomina a ministro. Ho lavorato con lui fino a quando ho creduto utile farloe ho smesso quando non ne ero più convinta. Ma resta la stima e il rispetto. Tutto quello che ho fatto come ministro l’ho realizzato con il suo appoggio».
Se Chico Mendes fosse ancora vivo, come crede che valuterebbe la situazione attuale dell’Amazzonia?
«Credo con un misto di allegria e di preoccupazione. Allegria perché perché vedrebbe che dei passi sono stati fatti, preoccupazione perché sono ancora piccoli. Dobbiamo farli diventare presto più sicuri e veloci, altrimenti c’è il rischio ritornare indietro. Ma questo lo dico io, non so cosa penserebbe Chico».
fonte:corriere.it
17 / 09 / 2008
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