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QUESTIONI DI PELLE

di Igiaba Scego


La protagonista femminile di questa storia è una bella ragazza di nome Sterlin. 16 anni, come tutti gli adolescenti si sente un mostro. La madre, le professoresse, gli amici, il ragazzo di cui si è innamorata, hanno contribuito molto ad aumentare in lei questo senso di acuta insicurezza. 1,76 di altezza, un seno medio (destinato a crescere per la gioia di chi lo vedrà), un peso ideale, pelle nera compatta... questa è Sterlin, ed è davvero un bijou di ragazza. È nata tra i cieli della Somalia e del Kenya, non sappiamo dire se in Somalia o in Kenya, le nostre fonti tacciono sulle questioni di frontiera, ma possiamo dire con esattezza il luogo della nascita: un ex aereo sovietico adibito, dopo il crollo del muro di Berlino, al contrabbando di qad. Il qad, per chi lo volesse sapere, è una droga leggera un po' scema, la dovete ruminare come fanno le mucche con l'erba, e tiene svegli.
La ruminano molto in Yemen e in Somalia... e somala è appunto Miss Nura Moallim, madre della protagonista. 16 anni e 5 mesi prima, al quarto mese di gravidanza, quando un po' la pancia si cominciava a vedere, la donna decise di scappare dalla sua città natale: Mogadiscio. Anche perché c'era poco da fare lì. Un po' perché Mogadiscio non esisteva più di fatto, distrutta da una guerra civile assurda. Un po' anche perché era stata birichina e non si ricordava proprio chi fosse il padre del suo feto. «Speriamo non il gereer testacrespa, non quel negraccio nasone con cui sono stata solo per ingelosire quel deficiente di Yousuf». La mamma di Sterlin era un po' razzista, come molti della sua tribù odiava i gereer testacrespa, ossia i somali bantu denigrati perché anticamente erano adibiti a mestieri umili come la macellazione del bestiame.
Il peccato che dovevano scontare i Bantu era quello di non assomigliare agli altri fratelli del Corno d'Africa, quelli magrolini con il naso piccolo. Il peccato era essere lievemente più scuri, avere un naso grande, labbra molto più poderose, una bella muscolatura massiccia. Un retaggio coloniale, questo odio tra fratelli neri. Gli arabi prima, gli italiani poi avevano raccontato ai somali che i testacrespa erano esseri indegni, buoni solo per fare gli schiavi, in poche parole spazzatura. Purtroppo qualche somalo ci ha creduto e così i Bantù sono stati discriminati. Però andare a letto con quel testacrespa «non è stato male», pensò all'epoca Nura. Era sempre stata una tipa curiosa e le amiche le avevano detto che i testacrespa sulle questioni di letto.... ecco....erano mica male! Nura come molte sue amiche aveva fatto del turismo sessuale senza allontanarsi tanto di casa. Un po' come le bianche che oggi oltre ad andare a scopare via Capoverde o via Dakar, si intrufolano alle feste multiculturali per accaparrare aitanti giovanottoni neri.
Quindi con la decisione di andare all'estero (aveva deciso per l'Italia) Nura aveva preso i classici due piccioni con una fava. All'estero, oltre ad avere una possibilità di futuro per lei e per il feto, sarebbe stata anche più credibile la «balla» che raccontavano tutte le somale inguaiate dal liquido seminale, ossia «che il padre è morto nella guerra civile», detta con un semitono tragico e due lacrime agli occhi. Solo che Nura non aveva preventivato che le si sarebbero rotte le acque tra ciuffi di droga e contrabbandieri.
Sterlin ha preso dalla madre molte cose, o almeno così sostiene la sua genitrice. Sicuramente il nascere in mezzo a ciuffi di qad l'ha resa un po' irrequieta come la madre. Ma anche le labbra spugnose, i piedi grandi, gli occhi mutevoli sono di mamma Nura. Anche la risata, la camminata, il naso piccolo e fiero dei somali. «Ma quel dannato colore scuro e quei capelli a scopa te li ha dati quel gereer testacrespa del tuo dannato padre». Nel tempo Nura si era convinta che era stato proprio il testacrespa a fecondarla. E questo la irritava enormemente. «Avrei potuto avere una figlia con i boccoli e la pelle luminosa se lo spermatozoo di quel deficiente di Yousuf fosse arrivato prima, invece ho una figlia con una scopa in testa».
Nura amava sua figlia. Si era anche abituata al fatto che il colore della pelle di Sterlin non fosse quello giusto. Il colore giusto per una razzista come Nura era nero sì, ma non carbone; un nero luminoso, un nero che irradia note di bianco intorno come il sole accecante di metà pomeriggio. La figlia non lo aveva quel bel colore. Su questo Nura non amava aggiungere altro. Sterlin ci soffriva per questa presa di posizione della madre. Ma fu all'età di dieci anni che le crollò il mondo addosso. Si rese conto che le idee della madre coincidevano con quelle della società intorno. Era immersa nel bianco tutto il giorno, Sterlin. A scuola la pelle di tutti i bambini erano variazioni di rosa, i capelli variazioni di giallo, gli occhi variazioni di azzurro. A lei la maestra diceva: «Sterlin non sei mai in ordine, devi dire a tua madre di chiuderti i capelli con un laccio. Tutto quel riccio mi dà allo stomaco». La notte la bambina sognava che la spazzola penetrava il suo cuoio capelluto come la forchetta negli spaghetti alle vongole. E anche da adolescente il suo sogno non era cambiato. Una spazzola amica in capelli docili e setosi. Invece la mattina, da sveglia, la sua realtà era fatta dalle mani luride (di tutti, professori, amiche bianche della mamma, compagni di scuola) che penetravano senza permesso nell'ondulazione mossa della sua zazzera. Qualcuno a volte le chiedeva anche il permesso: «Posso toccarli?», ma quelle volte era anche peggio perché partivano domande e supposizioni assurde. «Perché i tuoi capelli sono così strani?», «Oh mamma sembra un cuscino! Quando li tagli non li buttare che li uso per l'imbottitura», «Quanto tempo ti prende a sistemarli così strani ogni mattina?», «Li lavi?», «Ma si possono lavare davvero?». Così, per non sentire tutte quelle domande assurde Sterlin all'età di 13 anni aveva cominciato ad usare grandi fasce e bandane. E per tre anni era stata tranquilla e nascosta. Almeno fino a quando non si era innamorata di Zay-Jah. Il più fico della scuola Zay-Jah, nero come lei ma non del Corno.
Lui era brasiliano, jeans a vita bassissima, catenine di ogni forma e un tatuaggio sul braccio dove c'era scritto: The more people smoke herb, the more Babylon fall. Lui la trattava come una sorella. Invece Sterlin sognava un bacio sulla bocca con tantissima lingua. In cuor suo vedeva Zay-Jah come uno proud, uno orgoglioso di essere nero, uno che venerava il sacro Bob Marley. Ci si vedeva insieme a lui contro tutta Babilonia, mamma Nura compresa. Sister and brother forever. Ma fu dopo la lezione di chimica della prof. Grillo, all'ora di ricreazione, davanti alle macchinette distribuisci merendine che Zay-Jah confessò una cosa terribile (almeno per Sterlin lo era): «Sono pazzo di Beyoncé Knowles, è la donna più bella del mondo. Ha la pelle così chiara».
Sterlin era afflitta. Aveva anche pensato di togliersi la bandana per lui, voleva colpirlo con il suo riccio afro, amarlo per sempre, voleva essere capita Sterlin e ora questo se ne usciva con Beyoncé? Quella slavata cantante pop seminegra?
Non credeva che potesse farlo, ma fu in quel momento, pensando al colore delle cosce di Beyoncè, ai suoi capelli eternamente lisci, al suo look biancocentrico da Barbie capuccino che Sterlin si arrese. Andò da sua madre e le disse semplicemente: «Mamma hai vinto tu. Portami a Termini. Userò tutti i prodotti che vuoi». Era una sconfitta! Sterlin si sentiva un verme. Tornò in camera sua e cominciò a staccare dalla parete i poster di Malcolm X ed Angela Davis. Ora stava per diventare un'altra ragazza, una che né a Malcolm né ad Angela sarebbe piaciuta. Una che voleva diventare bianca.
Roma, metro A, direzione Agnanina. Fermata Termini. Stazione, caos, passeggeri, vagabondi, gente di passaggio, gente in vendita. «Ti porterò in un posto fantastico figlia mia, c'è un mio amico Ronald di Miss Africa con poco ci darà l'elisir dell'eterna bellezza». Ronald di Miss Africa era un nigeriano pelato e in carne, chiamato così perché sognava di organizzare dentro la stazione un concorso di bellezza. Nura l'aveva conosciuto nei suoi primi mesi italiani, quando era ancora molto spaesata. «Ti lascio mia figlia, lasciala curiosare nel negozio, io vado dalla mia amica Idil che ha un call center qui vicino. Non la vedo da una vita. Una volta che vengo a Termini mi sembra di cattivo gusto non salutarla. Ritorno tra massimo 30 minuti e poi io e mia figlia ti svaligiamo il negozio. Finalmente la mia Sterlin si è decisa ad usare le creme». Il negozio era come un emporio dei tempi antichi, si vendeva di tutto, dal latte in polvere allo zenzero candito fino ad arrivare al succo di mango. Non era l'unico di quel genere nella zona intorno alla stazione. Insieme ai negozi cinesi vuoti e ai bengalesi con le chincaglierie c'erano africani di ogni dove che vendevano cibo delle terre di origine e prodotti per cambiare letteralmente rivestimento corporeo. Le donne, tutte nere, erano ammassate in un angolo del negozio di Ronald, dove di fatto erano accatastati i prodotti di bellezza. Mucchi di scatoline e bottigliette di ogni forma possibile. Sterlin fece scivolare il dito indice su quei mucchietti informi di prodotti. «Non avere paura di prenderle per mano», disse la voce di Ronald di Miss Africa. Sterlin lo fece. E per un venti minuti rimase come ipnotizzata. Erano tutte creme per rendere chiara la pelle. Avevano nomi tra lo stravagante e l'evocativo, erano tutte un so white, sure white, black star, dark and lovely. Le saponette promettevano una schiuma che idratava e proteggeva la pelle, le creme invece pigiavano l'acceleratore sulla bianchezza. Poi se volevi diventare più bianca c'era il set, che andava tanto di moda, olio+crema+sapone. Sterlin non vedeva l'ora di usarle, voleva diventare come Beyoncè, una Barbie seminegra e luminosa. Voleva piacere alla mamma e a Zay-Jah. Malcolm l'avrebbe disapprovata e anche lei si disapprovava un po'.
Ma cosa fare? Era il bianco il colore dominante. Lei era nata sbagliata. Insieme alle creme c'erano anche molti prodotti per i suoi peli crespi e ribelli. Prodotti con l'olio di oliva, il cocco o il limone. Ogni prodotto prometteva alle clienti di non far puzzare troppo il pelo e stirarlo perfettamente. Sterlin se ne fregava della puzza, ormai si vedeva con una bella chioma a spaghetto, voleva piacere a Zay-Jah, voleva la sua lingua nella sua bocca. Si la voleva quella lingua, anche a costo di tradire se stessa. Poi una voce potente interruppe i suoi sogni ad occhi aperti. Due donne avevano cominciato a parlare al gruppo di femmine che stava dando un'occhiata agli scaffali. La più alta aveva una combattiva chioma afro style e l'altra invece aveva il volto coperto da una strana maschera. «Questa donna», disse la afro girl, «è stata sfigurata da uno quei prodotti che avete in mano.
Lo sapete donne che quelle cremine sono piene zeppe di acido? Idrochinone, acido colico, acido cogico. Non sono parolacce ma sostanze in genere innocue, però terribili se in alta concentrazione come in quelle creme. Si usano anche per sviluppare le foto. Vi sbianca sì, ma uccide la melanina e tutte le vostre difese. La vostra pelle si irrita, cominciate a grattarvi, a squamarvi.Vi riempite di macchie e vesciche. Così vi beccate tumori, la Sindrome di Cushing, arresti cardiocircolatori. Vi ammalate e allora si che siete brutte sorelle. Non c'è foglietto illustrativo, si fabbricano chissà dove e vi rovinano». La afro girl si zittì. Guardò la donna con la maschera.
Questa in un primo momento non parlò, invece si avvicinò a Sterlin. La prese per mano. Sterlin fu percorsa da un brivido di gioia. «Sei giovane tu. Non fare il mio stesso errore». E poi aggiunse: «Sei bella come sei, ragazza. Nera. E non farti convincere del contrario. Nemmeno dalla tua mamma». La mano della sfigurata era calda. Rassicurante. Sterlin si tolse la bandana. I suoi ricci spumosi percorsero l'aria per lanciare una sfida all'ignoranza. Sterlin si rese conto che lei con quel posto non c'entrava niente. Aspettò la mamma fuori dal negozio di Ronald di Miss Africa. Quel negozietto con tutte quelle creme la soffocava.
«Fra due giorni», pensò Sterlin, «vedrò Zay-Jah». La ragazza non vedeva l'ora di prendere le mani del ragazzo e farle affondare in tutti i suoi ricci di donna. Black is beauty. E fanculo Beyoncè.

Igiaba Scego è nata a Roma da una famiglia di origini somale.
Ha scritto «La nomade che amava Alfred Hitchcock» (edizioni Sinnos, 2003), «Rhoda» (Sinnos, 2004), «Pecore nere» (racconti, insieme a Gabriela Kuruvilla e Ingy Mubiayi, Laterza, 2005), «Quando nasci è una roulette. Giovani figli di migranti si raccontano» (Terre di Mezzo, 2007). E' di prossima uscita un nuovo romanzo per Laterza.

20 / 08 / 2008

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