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L'AFRICA DELLE SETTE PIAGHE

O Dio, perché hai creato - due manghi diversi: - un mango bianco - un mango nero?», ha scritto il poeta congolese Martial Sinda, Igor Man in un suo recente articolo su La Stampa ci propone un'attenta analisi globale

Africa parla. Prima l’inimmaginabile caccia assassina ai migranti (neri) nella patria di Mandela, poi il grido d’allarme (fra una spaghettata e l’altra) al vertice della Fao in Roma: la fame si sta mangiando il Continente nero. Cosa ne è dell’Africa dopo lunghissimi anni di indipendenza? Fu veramente un avvio stentato verso il Nulla, come qualcuno scrisse, una brutta partenza ovvero un coraggioso decollo verso la libertà? E quale futuro è lecito immaginare alla luce d’un presente non certo felice? E l’aiuto (doveroso) dell’Occidente, degli ex colonizzatori in particolare, è stato un aiuto valido ovvero andrebbero riviste tutte le forme di cooperazione? (Fao in testa). L’Africa, il Continente ricco di risorse naturali: in superficie e nel cuore della terra, è il terzo mondo del terzo mondo. Il suo destino ci tocca da vicino poiché l’Africa è dietro l’angolo, a un passo da noi ed è dentro di noi, nella nostra coscienza che alberga non pochi rimorsi. Il debito globale ha mandato in tilt i più sofisticati arnesi di calcolo sommersi dalla morte per fame. Il deserto avanza stagione dopo stagione; la guerra civile fa scempio etnico e morale e poi le epidemie: Aids, Ebola...

Preoccupati dalla tellurica palingenesi dei «paesi dell’Est», afflitti dalle conseguenze della guerra in Mesopotamia (nuovo disordine invece del nuovo ordine promesso da Bush), i paesi occidentali sembrano porgere orecchio distratto all’Africa, a chi ne denuncia la (sanguinosa) deriva. Ne viene che quella intellighenzia si senta impotente di fronte alle sette piaghe del Continente nero: corruzione - clientelismo - mancanza di pianificazione - circuiti finanziari paralleli - sclerosi del potere - evasione fiscale - sfinirsi delle istituzioni. Ma non c’è corrotto senza corruttore. Come ha ben scritto Claudio Gorlier, «le ferite della colonizzazione stanno sotto la pelle dell’Africa; il mondo globalizzato e internetizzato è ben lontano dall’aver risolto i suoi problemi primordiali (...) il secolo nuovo si apre con conflitti africani che riportano indietro l’orologio della Storia». A 40 anni e passa dall’esaltante stagione dell’indipendenza, in Africa muoiono ogni anno 40 milioni di persone, di cui 18 milioni bambini. La siccità (non piove da 5 anni nelle zone più colpite) porta carestia, morte. Il 90 per cento dei fiumi è oramai senz’acqua, l’80 per cento del bestiame è già morto.

L’interminabile giro del mondo del Vecchio Cronista principia tanti anni fa, proprio in Africa. Quell’Africa triturata dal determinismo selvaggio dello sviluppo del sottosviluppo. L’ho amata e l’amo per la sua bellezza e per il suo strazio, subendo il fascino suo arcano alla stregua di una pena necessaria. A Nairobi, al tempo dei Mau Mau, la figlia di Jomo Kenyatta mi disse che «insigni studiosi» avevano localizzato in Africa il paradiso terrestre. «Si affidi ai missionari, loro sanno». Fu così che scoprii quell’incessante fiume carsico che è la Missione: non soltanto in Africa giacché i missionari sono dovunque ci sia una persona che cerchi Dio, magari senza saperlo. Un africano-patriarca, carico d’anni e di cicatrici, Ben Bella, mi dice che l’Africa «ha anche bisogno di tenerezza». «O Dio, perché hai creato - due manghi diversi: - un mango bianco - un mango nero?», ha scritto il poeta congolese Martial Sinda. Un giorno piuttosto prossimo, un essere umano su cinque sarà africano: se non sapremo dargli giustizia, ora, ci odierà domani, e penserà di «vendicarsi». Invadendoci.
Lastampa.it - Igor Man

20 / 06 / 2008

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