Socialidarity.org - di Pierluigi Rizzini
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IL PUNTO DI VISTA DI UN VOLONTARIO AVO

Da anni opero nel volontariato nell’Associazione Volontari Ospedalieri di Termoli e seguo i temi settoriali in occasione di incontri, seminari, dibattiti per guardare con costruttivo senso critico questo fenomeno nella sua complessità, nei suoi valori, nei suoi limiti e nella sua continua evoluzione. A tal proposito ho ancora viva la testimonianza di mons. Giovanni Nervo, quale relatore del convegno organizzato dal Centro di Servizio per il Volontariato “il Melograno” di Larino dal tema “Quale futuro per il volontariato?” del maggio scorso. In quella sede affermava la sua netta contrarietà al volontariato utilizzato per riempire i vuoti e sostituire le inadempienze delle istituzioni pubbliche (il fare da “tappabuchi”) o al ricorso al volontariato soltanto per diminuire i costi dei servizi che le istituzioni pubbliche hanno il dovere di garantire ai cittadini. Viceversa si è volontari per affermare i valori dell’uomo, per portare nei servizi alla persona un supplemento d’anima, per rispondere prontamente a bisogni emergenti che non sono ancora presenti nella coscienza pubblica, nella normativa, nella destinazione delle risorse, per diffondere capillarmente la cultura della solidarietà e per trasferire e vivere nella quotidianità i valori appresi e vissuti nell’esperienza di volontariato. Infatti, il volontario ospedaliero non si sostituisce agli operatori professionali ma è componente ideale per l’umanizzazione dell’ospedale: l’attenzione personalizzata verso il malato porta realmente al servizio un supplemento d’anima, che ovviamente non è e non deve essere solo del volontariato, ma in tal modo può dare questa integrazione ai servizi.
Imboccare un anziano non autosufficiente all’ospedale, che non riuscirebbe a mangiare da solo, è un servizio da fare gratuitamente e con amore e ciò costituisce il valore aggiunto del dono, cioè del volontariato quale servizio dato gratuitamente alle persone o alla comunità.

Come si può ben capire nella circostanza invocata, vi è stata una richiesta alquanto improvvida al volontariato. Soprattutto perché oggi al volontariato viene chiesto di svolgere anche la funzione di “advocacy”, cioè di promozione e tutela dei diritti, accanto ad altri ruoli che possono essere definiti tradizionali, perché la promozione e la tutela dei diritti sono nella natura stessa del volontariato che pone come principio fondamentale la centralità della persona: perciò non può prescindere dalla promozione e tutela dei diritti della persona. Così come rappresentato in loco, al volontariato viene negato quel ruolo politico che è ambizione ad assumere un ruolo critico, di stimolazione nei confronti delle Istituzioni pubbliche e private per migliorare i servizi, per tutelare i diritti dei più deboli, per promuovere politiche sociali più adeguate ai bisogni della comunità.

A volte il male peggiore della politica è che viene vissuta come una delega, mentre essa, da parte sua, percepisce i cittadini come clienti piuttosto come parte integrante. Il compito del Terzo settore è quello di sostenere e praticare il binomio libertà/responsabilità, dando corpo alla “società dei cittadini”. Penso che da un giusto rapporto tra volontariato e Istituzione locale si possano dare migliori risposte alle problematiche del disagio giovanile, delle nuove povertà diffuse, dell’effettiva integrazione degli extracomunitari, maggiori attenzioni ai più deboli nonché invertire la rotta di una cultura chiusa, egoistica e individualista che si fa sempre più strada nella nostra comunità. Il volontariato non potrà risolvere il problema dei servizi; può però contribuire a far crescere una società più solidale. A questo in prospettiva deve portare il giusto rapporto tra servizio pubblico e associazioni di volontariato.


Giuseppe Vaccaro - Volontario A.V.O.
primonumero.it


29 / 08 / 2008

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