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BEPPE GAIDO

19 / 09 / 2009 - I MITI DI SOCIALIDARITY
C'è un ospedale in Africa, sperduto nel bush del Kenia, che prende il nome dal mercato locale. Si tratta del Chaaria Mission Hospital: è un luogo dove ci sono degli uomini buoni che aiutano i più sfortunati, un luogo come ce ne sono tanti, per fortuna. Qui però c'è qualcosa in più che rende questo ospedale veramente speciale. C'è una equipe medica diretta da fratel Beppe Gaido che, oltre a saper fare bene il suo lavoro sa raccontarlo e trasmetterlo con passione perchè altri comprendano e trovino nuovi spazi nella loro vita per dare il meglio di se stessi. Per questo a Chaaria i volontari non mancano mai, anzi sono sempre in numero maggiore di quelli che è possibile ospitare. Per questo anche il mondo del businness ,che è pur sempre fatto di uomini, partecipa e aiuta come testimonia anche il recente caso di Brussel Airlines. Per questo il loro blog curato da Nadia infermiera volontaria e webmaster per vocazione è così amato e seguito. A Chaaria coesistono due obiettivi: il primo, di cui tutti sono a conoscenza, è la cura dei malati, il secondo forse più inconsapevole ma non meno importante , è parlare ai cuori vicini e lontani perchè anche qui da noi, lontani dall'Africa, non si perda il senso della solidarietà umana.

Qui sotto riportiamo una bella intervista-profilo di una anonima giornalista a Beppe Gaido direttore e medico chirurgo di Charia. Fr Beppe per la sua passione e vocazione di editorialista( è insieme a Nadia l'anima del blog ) ha vinto lo scorso anno la prima edizione del Premio di giornalismo missionario «Luigina Barella».

Profilo di uomo, cuore di frate
Nato a Torino il 22 gennaio 1962, Giuseppe Gaido frequenta il Liceo Classico a Carmagnola per poi dedicarsi agli studi di Medicina, completando al contempo la formazione religiosa. La sua esperienza di servizio inizia in Italia, poi lo porta a Mostrar per lo sviluppo di un progetto della Caritas, senza però impedire il conseguimento a Londra del diploma in Medicina Tropicale.

Perché frate?
A dire il vero non lo so con certezza: sono sempre stato alla ricerca di una vita donata agli altri, sganciata dalla ricerca affannosa del denaro. Volevo spendermi per chi soffre, gratuitamente. Il frate che non ha una famiglia a cui pensare, mi è sembrato la figura che più da vicino potesse aiutarmi a realizzare questo sogno di dono 24 ore al giorno.

Perché cottolenghino?
Il mio cammino vocazionale era iniziato tra i preti salesiani, ma poi la cosa mi stava un po’ stretta, non mi dava gioia. Ho quindi lasciato il seminario per frequentare il liceo pubblico. Poi un cammino in una comunità, ma anche lì mi pareva mancasse qualcosa. A Casalgrasso le suore del Cottolengo mi proposero del volontariato alla piccola casa di Torino: in quei reparti popolati da malati terminali si è pian piano delineata la mia vocazione, anche in virtù del fatto che mio padre stava morendo di cancro ed io volevo servire chi stava soffrendo come mio papà.

Perché missionario?
Ricordo il tema d’esame di terza media: Che cosa vuoi fare da grande? Lo svolsi scrivendo che avrei voluto essere un medico missionario in Burundi. Non so perché quel posto, non sapevo neppure dove fosse…forse mi piaceva il nome. Poi venne il liceo, poi lo studio della teologia della liberazione, delle guerre civili in El Salvador e Guatemala, la triste realtà dei desaparecidos del Cile e dell’Argentina. Mi sono affezionato all’America Latina, dove sentivo che avrei potuto lottare per una maggiore eguaglianza evangelica. Poi la Bosnia dove ho conosciuto la sofferenza di chi è vittima della guerra. Cresceva la voglia di partire per un luogo dove fare il medico a 360 gradi. Sempre nel tema d’esame scrissi che avrei voluto prima scopare la casa del povero, poi rifargli il letto e medicare le sue ferite. Qui a Chaaria tutto questo si è avverato.

C’è differenza tra l’uomo e il frate? Dio è un valore aggiunto?
L’uomo è sempre uomo: io sono fragile, emotivo, a volte pessimista, in continua ricerca di amicizie che spesso non trovo, talvolta deluso da amici che tradiscono. Come uomo non so se avrò la forza di resistere tutta la vita. Come frate, non sono mai solo: Dio è là per me proprio quando tutti mi abbandonano, quando i poveri che aiuti ti rispondono con una denuncia o con un insulto, quando gli amici ti calunniano. Dio non è un valore aggiunto, ma piuttosto il propulsore nascosto senza il quale il mio motore si sarebbe già fuso da molti anni.

Tu che vedi la morte ogni giorno, come rispondi al senso di impotenza di fronte ad essa? Come può rispondere un uomo lontano da Dio?
La morte è parte della vita, in questo gli Africani sono maestri. Loro hanno tanti figli perché sanno che la metà moriranno e non fanno grandi drammi come noi. Sanno che bisogna morire, sono estremamente composti ed ammirevoli davanti alla morte; spesso la chiamano kasi ya mungo cioè volontà di Dio. Non esistono risposte sul perché del dolore, né per gli atei né per chi crede. Certo chi vuol negare l’esistenza di Dio proprio in virtù della presenza del dolore, riduce tutto ad un superficiale giudizio infantile cha accusa Dio non arginare il male. Male e morte sono realtà, fra l’altro anche gli atei sanno che la morte è necessaria perché sulla terra ci siano spazio e cibo per le generazioni future. La nostra unica credibile risposta è tirarci su le maniche e stare vicino a chi muore.

Un’esperienza “forte” come quella di una missione può contrastare il problema delle crisi di vocazione?
Non può, anzi la missione può acuire la crisi interiore. Sono sempre stato contrario all’idea di chi va in missione per risolvere i propri problemi. Questa gente non ha certo bisogno di persone confuse che vengono a portare più scompiglio che aiuto. La nostra è una realtà estrema in cui le crisi vocazionali vengono addirittura allontanate.

Che cosa può chiamare un giovane a Dio nella modernità? Quali sono gli idoli contro i quali Dio deve lottare per conquistare la fiducia dei ragazzi, scelgano essi oppure no la strada religiosa?
Credo che il servizio ai poveri sia il modo in cui Dio chiama molti giovani. Magari si può essere in crisi su vari aspetti della Chiesa, ma sulla condivisione con i poveri sono tutti d’accordo. Oggi abbiamo bisogno di testimoni credibili e purtroppo Dio si ritrova a lottare contro il vuoto di ideali. La mia gioventù pensava bastasse mettere i pantaloni a zampa o portare i capelli blu per far finire le guerre. Pur con le false illusioni e le cantonate prese, credevamo in qualcosa. Oggi i ragazzi sono fiacchi, spesso non hanno voglia di impegnarsi, non perseguono ideali validi per cui spendere la vita. Pensiamo ai giovani schierati davanti ai carri armati in Piazza Tien Ammen a Pechino e poi a quelli che fanno il giro delle discoteche o che partono da Casalgrasso per andare a prendere il caffè a Sanremo. Ci si chiude paurosamente nel privato, nel proprio io, nei proprio comodo.

Cosa fa più male a Chaaria? La povertà, la malattia o l’ignoranza?
È l’ignoranza che contribuisce a mantenere uno stato di cose ingiusto, che causa il dilagare della violenza. E poi c’è l’ingratitudine, a volte pesante: in ospedale spesso ho l’impressione che le pretese dei singoli crescano in modo direttamente proporzionale al numero dei servizi da noi offerti e portati avanti con perseveranza 24 ore al giorno. Il fatto che non sempre riusciamo a salvare una vita, che non possiamo visitare tutti contemporaneamente è motivo di ira, a volte induce pazienti e familiari ad alzare la voce. Per non parlare del “grazie”, parola che sembra purtroppo tabù.

Ora basta con le domande, Fratel Beppe è una forza della natura, instancabile di servire, irrefrenabile nel raccontare. La missione è lontana, in un mondo che spesso guardiamo svogliati in tv: sempre le solite storie di malattia e miseria. E che possiamo fare noi? Forse niente. O forse no.
Una giornalista

Fr. Beppe Gaido Torinese di nascita, classe 1962. E' laureato in Medicina ed ha un diploma in igiene e malattie tropicali. E' in Africa dal 1997, dapprima in Tanzania e poi in Kenya. Lavora a Chaaria dal 1998 dove è il direttore dell'ospedale ed il Superiore della Comunità. Email: fr.beppe@cottolengo.org



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